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LA PICCOLA IMPRESA MECCANICA IN TOSCANA: TRA RISTRUTTURAZIONE E CONSOLIDAMENTO

5 Dicembre 2019

CNA Toscana ha effettuato una ricerca sulle imprese toscane della meccanica di produzione con l’obiettivo di esaminare lo stato di salute, le strategie e la percezione dei problemi della meccanica artigiana, un “macro-settore” che, nonostante le difficoltà dell’ultimo decennio, rappresenta una parte essenziale dell’industria manifatturiera toscana. L’indagine è stata presentata mercoledì 4 dicembre nella sede CNA Toscana.

La ricerca  sull’andamento delle imprese toscane della meccanica di produzione, che conta nella nostra regione oltre 11.000 aziende e quasi 105.000 addetti, si avvale di 3 fonti informative: l’indagine diretta presso le imprese associate a CNA, i dati Stockview (Infocamere) e l’analisi dei bilanci delle imprese; l’obiettivo è  cogliere le caratteristiche e le tendenze della piccola impresa in un settore, la meccanica, che negli ultimi anni ha mostrato intensi processi di riposizionamento/ristrutturazione industriale, mantenendo però una buona tenuta occupazionale ed una resilienza d’impresa, soprattutto nella fascia di piccole e medie dimensioni.

Nell’ultimo decennio flessione della micro impresa, ma tenuta della piccola e media impresa (6 addetti e oltre). Nel corso dell’ultimo decennio, in Toscana anche la meccanica ha visto un declino della base imprenditoriale (-9,3% imprese) a causa della netta contrazione (-12,9%) delle microimprese, cioè le aziende fino a 5 addetti.  Tuttavia, nello stesso decennio, le imprese con almeno 6 addetti mostrano una tenuta, mentre le imprese relativamente più strutturate (20 addetti e oltre) un incremento. In sintesi per la meccanica toscana si conferma la tendenza alla crescita dimensionale della piccola impresa, con una riduzione del peso della micro-impresa, ma anche associata ad una contemporanea riduzione del peso occupazionale delle grande impresa.

Tendenze ed outlook rimangono positivi. Ulteriori conferme sulla resilienza della piccola impresa provengono dall’indagine imprese, che mostra un profilo d’impresa improntato alla solidità ed in alcuni casi alla dinamicità (con riferimento al periodo 2016-2018): da un lato molte aziende dichiarano stabilità nel fatturato e negli addetti ed anche nei margini (55,2%), dall’altro prevale un profilo di crescita tra le restanti aziende per il fatturato (+41,4%), per gli addetti (+39,7%) e anche per i margini/utili aziendali (+13,8%).

Un ulteriore fattore emerso dall’indagine imprese che spiega la resilienza di queste imprese è la loro discreta propensione all’investimento nel periodo 2016-2018: il 65,9% delle imprese ha effettuato investimenti in nuovi impianti/macchinari, il 63,6% in assunzione/ingresso di giovani in azienda, il 61,9% ha investito nella sostituzione di impianti/macchinari obsoleti e oltre il 50% ha investito sull’area d’informatizzazione aziendale e per lo sviluppo di nuovi prodotti.

Anche in prospettiva la situazione appare positiva con il 36,7% delle imprese che dichiara aspettative di crescita dei ricavi a medio-lungo termine, contro il 43,3% che si aspetta una certa stabilità e il mantenimento del livello attuale del proprio giro d’affari.

Il profilo tipico della piccola industria nella meccanica. La stessa indagine consente di scavare un po’ di più sulle caratteristiche tipiche di queste imprese: siamo di fronte ad un modello di piccola impresa tradizionale che, attraverso alcuni adattamenti legati al cambiamento del contesto esterno di quest’ultimo decennio (es. più difficile accesso al credito sempre più legato ai parametri di bilancio), risulta mantenere la propria competitività, valorizzando i vantaggi dell’impresa familiare e della flessibilità, senza però caratterizzarsi per una ‘destrutturazione’ troppo spinta che si osserva talvolta in alcune micro-imprese. Alcune caratteristiche emerse dall’indagine:

  • 71,7% delle imprese ha almeno 6 addetti, con una media di addetti per impresa pari a 10,4;
  • 53,3% delle imprese dell’indagine svolge la propria attività come società di capitali (quasi esclusivamente sotto forma di srl), inoltre il 61% delle imprese dichiara di avere un giro d’affari annuale mediamente compreso tra 500.000 euro e 2 milioni di euro. I settori o le filiere più incidenti sono quelli delle costruzioni/edilizia (13,6%), legno/mobili/arredamento (8,5%), automotive (6,8%) ma in particolare è da evidenziare la quota significativa d’imprese che diversificano il proprio mercato su più settori (42,4%).
  • Il 35,4% delle imprese offre prodotti semilavorati e lavorazioni contoterzi, mentre il 55,4% offre sul mercato prodotti finiti. Il contoterzi ‘esclusivo’ (ovvero come una unica modalità di lavoro/produzione e di rapporto con la clientela) riguarda invece il 25,4% delle imprese, mentre il 45,8% lavora in contro proprio, infine il 27,1% delle imprese lavora in entrambe le modalità. Non esiste, come in altri settori/comparti manifatturieri “tradizionali” della nostra regione, il problema della monocommittenza, infatti la maggioranza delle imprese che lavorano contoterzi (81,8%) lavorano con 4 o più committenti.
  • Il 73,7% delle aziende dichiara di avere come clienti principali altre imprese, ovvero di essere all’interno del cd. business-to-business.
  • Addetti: prevalgono gli operai, con una buona percentuale di operai “specializzati” (25% del totale). E’ soprattutto la presenza di questa tipologia di addetti, insieme anche alle figure di impiegati “tecnici” (5,4%) e “ingegneri” (3,4%) a configurare la presenza di imprese e di attività manifatturiere relativamente orientate alla qualità dei prodotti/servizi (customer care oriented). Tuttavia è ancora relativamente bassa la presenza di competenze high skill, segnalate dall’incidenza delle figure con laurea triennale e/o specialistica.
  • L’età media degli addetti per il 63,8% dei casi risiede nelle classi di età più giovani: 17,7% (<29 anni); 46,1% (30-49 anni).
  • La metà delle imprese dichiara che il titolare e/o i soci lavoreranno ancora per diversi anni quindi il problema del passaggio generazionale non è ancora troppo stringente.
  • Il 60,9% delle imprese è attiva sui mercati esteri e, inoltre, il 46,2% delle aziende che esporta presenta un’incidenza del 50% e oltre sui ricavi totali aziendali. La propensione all’export e l’attenzione alla qualità dei prodotti offerti sul mercato rappresentano congiuntamente leve importanti di sviluppo aziendale; la qualità viene anche formalmente codificata tramite certificazioni aziendali in un numero rilevante di casi (46,9%).
  • Aspetti organizzativo-gestionali: la modalità di acquisizione della clientela/ordini è di tipo tradizionale e prevale in modo netto la gestione diretta dei clienti e dell’area commerciale.
  • Finanziamento degli investimenti: leasing/factoring presentano un’incidenza del 26,3%, cui segue il finanziamento attraverso i mezzi propri dei soci (21,1%), i finanziamenti a medio-lungo termine (15,8%) e l’autofinanziamento aziendale (15,8%). In generale la composizione dei finanziamenti è coerente con una situazione abbastanza positiva dei margini operativi e degli indicatori di redditività che rende possibile sia l’accesso al credito a medio-lungo termine che l’utilizzo del cash flow dell’area operativa (margini operativi lordi) per l’autofinanziamento.

I bisogni e le prospettive. Le problematiche appaiono abbastanza fisiologiche ed in linea con le aspettative: se problematiche di tipo “strutturale” o “generale” riguardanti l’efficienza del nostro sistema economico come la “burocrazia” rappresentano il primo problema (22,8%), il mercato e la concorrenza si collocano anch’esse in cima alle preoccupazioni di queste imprese (calo della domanda e dei consumi, 20,2%, e prezzi bassi e concorrenza internazionale, 19,3%). Tuttavia, assai importanti, anche in ottica di prospettive di sviluppo, sono poi le difficoltà a reperire sul mercato del lavoro personale, tanto con competenze di tipo medio-alto (specializzato) (14%) quanto con competenze di base/apprendisti (12,3%). Coerentemente, in termini di leve strategiche adottate per il cambiamento aziendale, troviamo l’impegno a mantenere e migliorare il proprio profilo competitivo e di mercato attraverso l’innovazione di prodotto (17,5% del totale) e la promozione commerciale (16,5%), ma risultano molto importanti anche elementi chiave quali forme di collaborazione con uffici tecnici, progettisti e ingegneri (15,5%) e investimenti su nuovi macchinari e tecnologie (13,4% dei casi). Abbastanza importanti sono inoltre azioni strategiche quali la diversificazione produttiva (12,4%) e il ruolo del cd. human capital sotto forma di nuove assunzioni e/o formazione (11,3%) e a seguire anche la convinzione di aver già intrapreso la strada giusta e/o il percorso di sviluppo più consono alle risorse umane e finanziarie presenti in azienda (“nulla di diverso da quello che già faccio”: 8,2%).

Se la maggior parte delle condizioni e degli strumenti a disposizione per lo sviluppo dipendono da fattori interni alle stesse aziende (investimenti, risorse umane giovani e competenti, livelli buoni di capitalizzazione), alle associazioni ed alle istituzioni di supporto rimangono ampi spazi di manovra che consentono loro di ritagliarsi un ruolo di protagonista. A titolo di esempio nei confronti di CNA sono state formulate le seguenti richieste:

  • promozione/internazionalizzazione (18,8%)
  • supporto finanziario, agli investimenti e all’ottenimento di contributi/agevolazioni (18,8% dei casi);
  • formazione tecnica e ingresso di giovani in azienda (17,2%);
  • creazioni di reti d’imprese e sviluppo di collaborazioni aziendali (14,1%);
  • progetti di innovazione tecnologica (con Università e/o centri di ricerca) (7,8%).

Si tratta di stimoli volti a creare strumenti innovativi (reti di impresa) che possano fornire un supporto concreto alle imprese che vi aderiscono e che vi investono, oppure anche a ‘ringiovanire’ interventi di sostegno consolidati come quelli nel credito, nella promozione/internazionalizzazione, nella formazione tecnica e nel favorire forme di collaborazione esterne con Università/Centri di ricerca per il trasferimento tecnologico e l’innovazione.

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